Appena ho visto il libro, con la sua copertina Jugendstil, ho pensato annoiata: "Ecco un altro libro sdolcinato sulla maternità e sulle gioie nascoste dell' essere mamma..." Poi mi sono incuriosita del fatto che Marilde Trinchero è arteterapeuta (che cosa fa un'arteterapeuta?) e, quindi è scoccato il
colpo di fulmine quando ho letto la frase con cui si presenta: "
mentre attraverso la vita, le immagini e la scrittura sono strumenti che porto sempre con me" e ho scoperto che molte delle immagini e dei testi che utilizza sono gli stessi che da un po' di anni mi fanno compagnia:
Frida Kahlo,
Käthe Kollwitz,
Artemisia Gentileschi,
Adrienne Rich,
Clarissa Pinkola Estés,
Sylvia Plath,
Simone De Beauvoir... Allora ho preso il libro, l'ho letto tutto d'un fiato, ho
pianto, ho
riso, mi sono emozionata. E ho finalmente ritrovato e idealmente condiviso alcune delle sensazioni più forti e dolorose della mia vita, che mi hanno assalito in seguito alle mie maternità e per formulare le quali non avevo mai trovato coraggio e parole adeguate. Alla fine ho provato un'invidia fortissima per le donne che hanno partecipato all laboratorio: anch'io avrei a suo tempo desiderato una simile opportunità di esprimere il disagio e le difficoltà che provavo...
Alla lettura emozionale è seguita una seconda rilettura, più ponderata, nella quale ho apprezzato i riferimenti e lo stile con cui il libro è scritto.
Il grande merito del libro è sicuramente quello di dare voce al lato oscuro del "diventare madre", agli aspetti totalmente ignorati dai riferimenti culturali abituali, che, invece, idealizzano la figura e il ruolo materno, addossando così alle madri l'enorme fardello psicologico dell'inadeguateza e del senso di colpa, proprio nel momento in cui la donna perde tutte i suoi punti di riferimento e, di fatto, rimane drammaticamente sola.
Per me è stato un sollievo scoprire che simili sensazioni sono comuni a tutte le donne, che io non sono stata un mostro insensibile per averle provate, e che la sensazione di essere completamente sola e abbandonata non era un mio limite, anche se il mio compagno mi ha davvero lasciato sola, prima psicologicamente e poi anche fisicamente, andandosene poco dopo la seconda maternità.
E durante la lettura ho ripercorso e, spesso per la prima volta, dato un senso a molte delle mie esperienze: oltre all'
abbandono del mio compagno, il senso di
smarrimento e
isolamento succeduto alla brusca
cesura con la vita "di prima", la perdita della mia dimensione di
donna, il deteriorarsi del rapporto con
mia madre (una "cattiva nonna"), il bisogno fortissimo di fare
qualcosa di creativo (che mi ha fatto riempire casa di lana con cui ho fatto sciarpe e cappelli dai colori e dalle dimensioni improbabili), l'angoscia del "
tempo interrotto" in cui c'è sempre qualcuno che ti chiama o ti reclama, senza nessun rispetto per te, i tuoi bisogni, i tuoi desideri.
Insomma, questa lettura mi ha fatto percorrere un viaggio ideale dentro di me, in cui per la prima volta ho guardato e chiamato per nome
ferite aperte che ancora bruciavano, e già questo, insieme alla
nuova consapevolezza di non essere più sola, ha avuto su di me una funzione terapeutica,
liberatoria.
Grazie, Marilde, di avere scritto
La solitudine delle madri!